Un passo avanti e dieci indietro.

Mi hanno rinnovato il contratto una volta sola.
3 mesi poi altri 3 mesi e ciao, grazie e tanti saluti.
Bentornata disoccupazione.
Ho fatto schifo? Pare di no.
La stagista, arrivata dopo di me, è stata più astuta a lisciarsi la collega (a tempo indeterminato) e il responsabile (e probabilmente anche la capo area)? Assolutamente sì.
E hanno preferito interrompere il suo stage e farle un contratto lasciando la sottoscritta a casa senza lavoro invece di rinnovarmi ancora una volta (pare non facciano più di 2 indeterminati a negozio, salvo rare eccezioni dovute ad abbondanza di organico/fatturato, ma questo l’ho scoperto solamente a una settimana dalla scadenza).
Avevo un brutto presentimento e questo presentimento è stato confermato dalla comparsa di un annuncio online per un posto da stagista (siccome lo stagista ce l’avevamo già, l’unica ipotesi plausibile era quella che poi si è effettivamente verificata).
Il loro giochetto si è palesato solo 2 giorni prima della scadenza del mio contratto. Insomma, troppo gentili, neanche all’ultimo degli stronzi riservi un tale trattamento.
E dire che mi sono spaccata la schiena per 6 mesi, il lavoro mi piaceva, ci tenevo veramente ma non sono brava a entrare nelle grazie delle persone, soprattutto di quelle “che contano”… Poi arriva la furba di turno che invece per qualche inspiegabile ragione piace a tutti (inspiegabile per me, forse, perché con gli altri colleghi aveva una faccia e con me un’altra) e tu come per magia ce l’hai in quel posto. Senza lubrificante.

Insomma alla fine ciò che conta è quanto piaci alle persone giuste.
Io non piaccio. Io faccio cagare. Io rimango disoccupata.
Se mi lasciassi trasportare da questo vortice di pensieri negativi a quest’ora mi sarei già tagliata le vene.

In compenso, da novembre a oggi ne sono successe di cose.
Il mio fidanzato a San Valentino (anzi, qualche giorno dopo) mi ha regalato finalmente l’anello. E mi ha chiesto, a modo suo, di sposarlo.
Abbiamo guardato insieme un po’ di case in vendita ma essendo lui sempre e perennemente impegnato a lavoro sono andata a vedere un appartamento da sola e la sensazione che fosse quello giusto è stata così travolgente che ho fatto un’offerta ed è stata accettata.
Poco dopo ho scoperto di avere ricevuto una discreta somma in eredità e di avere quindi la possibilità di anticipare più della metà del valore della casa, riducendo così il mutuo residuo a una miserrima rata più piccola di un piccolo affitto.

Di contro, non ho ancora avuto la possibilità di incontrare la sua famiglia, rimango una reietta come lo sono da 7 anni a questa parte, ho iniziato un percorso di psicoterapia (che volevo cominciare già da diverso tempo) e non lavoro solamente da una settimana e già sto schiumando, sono ferma, depressa, mi annoio a morte, mio padre è in pensione e non schioda di casa a pagarlo e quindi per avere il mio spazio devo chiudermi nel mio buco di stanza e inizia a starmi davvero stretta (prima, da disoccupata, almeno avevo la casa tutta per me… ora non succede più e non succede MAI).

Ah, e ho già preso un kg.
Ovviamente, passo dal fare un lavoro fisicamente pesante alla totale sedentarietà, dovrei nutrirmi di aria e di acqua per non mettere su nemmeno un grammo.
E già mangio molto meno rispetto a quando lavoravo (anche perché sono molto meno affamata), non riuscirei a mangiare così tanto con l’appetito sano che avevo dopo una giornata di lavoro.
Al massimo adesso potrei mangiare per golosità o per noia, di certo non per fame. Sono ferma, inchiodata al letto o alla sedia.

Sto cercando di vederlo come un momento di riposo (d’altra parte sono 8 anni che non vado in vacanza e negli ultimi 3 anni ho praticamente lavorato solo in estate) ma è difficile non avere nulla da fare, specie con certe limitazioni alla propria libertà e con un fidanzato che lavora e basta e non si fa mai vedere nemmeno adesso che dovrebbe starmi vicino.

Devo ricominciare a muovermi, fare lunghe passeggiate, magari un po’ di corsa e se ne ho voglia anche tornare in palestra…

Cambiamenti.

Finalmente le acque si smuovono.
Cambiare lavoro dopo essersi abituati a un ambiente familiare, alla routine, a fare più o meno sempre le stesse cose è una grande sfida, sicuramente un po’ spaventa ma rappresenta per me un grande stimolo.
Una nuova avventura sta per cominciare.
Si inizia e non si sa mai quanto durerà (per il momento si tratta di un tempo determinato ma è già un miglioramento rispetto al mio stage, sia dal punto di vista economico sia da quello legale), ma sono fermamente intenzionata a meritarmi e tenermi il lavoro che ho ottenuto, questa volta soltanto con le mie forze.

Lavorerò in un settore che mi è sempre piaciuto ma che per me è del tutto nuovo, imparerò e amplierò le mie conoscenze e le mie esperienze e se (facendo le corna) dovesse andare male avrei comunque arricchito ulteriormente il mio cv rendendolo ancora più appetibile agli occhi dei futuri recruiter.

Voglio essere positiva.
Voglio ripartire da me.

Le cose come stanno.

Mi sento vecchia, molliccia, spelacchiata e precaria.
Precaria nel lavoro come nella vita.
Filosoficamente parlando siamo tutti un po’ precari: sappiamo quando veniamo al mondo ma non sappiamo quando lo lasceremo. Presto? Tardi? Domani?
Ecco no, non mi riferisco a dilemmi esistenziali o meglio… sì, ma nello specifico sto parlando della mia esistenza.

Io esisto, e questa è la sensazione che mi accompagna ogni santo giorno.
Esisto senza vivere la mia vita.
Non sto andando da nessuna parte, sono ferma da anni e vorrei muovermi ma mi sento ancorata in questa posizione perché è con una persona in particolare che vorrei fare passi in avanti.
Peccato che questa persona non manifesti (se non a parole, sempre le stesse da anni) il desiderio di muoversi e costringa entrambi a una vita in stand-by aspettando qualcosa che non cadrà dal cielo ma occorre costruire a quattro mani.

Mi sono fatta più leggera, forse perché vorrei provare a librarmi in volo come una farfalla (per questo motivo vorrei diventare ancora più leggera) per potermi muovere da questa situazione stagnante che mi va ormai stretta e mi rende irrimediabilmente infelice.

Vivo attraverso le vite degli altri, mi emoziono per le loro gioie e mi lascio trasportare da ciò che accade alla tv sognando un lieto fine anche per me… questa attesa si sta facendo interminabile e logorante e l’assenza di movimento, di cambiamenti mi porta a sentirmi perennemente preda dello sconforto, depressa, sola e anche indesiderata.

Le altre donne della mia età (e anche molto più giovani) ricevono anelli e proposte di matrimonio, tante di loro sono incinte o hanno partorito da poco, i loro uomini non hanno paura di lasciare il nido per condividere casa e vita… valgo forse meno di loro?

Io so esattamente ciò che voglio e sono intenzionata ad ottenerlo.
Peccato che per farlo sia necessario essere in due, e dall’altra parte non ci sia la minima collaborazione. No, le parole non servono a nulla, ora ho bisogno di cambiamenti tangibili.
O si cambia e si va avanti, oppure si mette un punto.
Non vedo altre vie di uscita.

Dopo la pesantezza… Le frivolezze.

Spesso, nel corso della mia vita, mi è capitato di distrarmi inconsciamente da ciò che più mi angoscia (dilemmi esistenziali, problemi sentimentali fino ad arrivare a gravi malattie e lutti) scaricando le mie attenzioni su qualcosa di futile e superficiale.
Una sorta di meccanismo di difesa.
Poi chiaramente somatizzo tutto lo stesso, ma questo è un altro discorso.

Un mio pensiero ricorrente delle ultime settimane è stato: se smettessi di lavorare sicuramente tornerei grassa (con relativo ipotetico piano di attività quotidiano “di contenimento” per arrivare almeno a bruciare 2500 kcal/die: palestra? Workout in casa? Oppure, meglio ancora, lunghissime camminate?).
Il lavoro mi mantiene fisicamente attiva (cerebralmente un po’ meno…) e posso permettermi il lusso di concedermi una determinata routine alimentare (perché diciamocelo, mi piace mangiare e la parola “dieta” mi provoca l’orticaria al solo pronunciarla).
Purtroppo, ultimamente, anche l’idea di ingrassare mi provoca l’orticaria anche solo al pensiero. Temo, con l’arrivo dell’inverno, di mettere su peso e mi sento così *a posto* nella mia forma attuale che sto considerando seriamente l’idea di provare a dimagrire ancora un po’ in vista del periodo natalizio.
Andare sottopeso prima di Natale per sfondarsi di cibo con serenità.

Considerando che sono ben lontana dal sottopeso (la mia crociata contro la bilancia prosegue imperterrita, mi rifiuto categoricamente di pesarmi, posso solo supporre quale sia il mio peso attuale ma non lo conosco con certezza) e che per rientrare in tale range dovrei perdere ancora all’incirca 8 kg credo che la mia idea sia un po’ azzardata.
Potrei provare a perderne toh, 3-4, ma la sola idea di mettermi a dieta mi fa venire voglia di scofanarmi l’impossibile… quindi niente, cerco di non ingrassare e va bene così.

Scelte: giuste e sbagliate, mie e degli altri.

Senza accorgermene, ho lasciato passare fin troppo tempo dall’ultimo post.

Evitando di girarci intorno, esaurisco subito uno degli argomenti del mio precedente intervento: l’incontro è saltato (rimandato a data imprecisata), come purtroppo temevo (e in fondo me lo sentivo che anche questa volta sarebbe finita con un nulla di fatto) e siamo di nuovo punto e a capo.

L’esito che attendevo, invece, è stato inaspettatamente positivo (bugia: c’era un piccolissimo margine di errore ed ero abbastanza certa di aver svolto la prova, se non in modo eccellente, almeno con una discreta performance). Mi sono cimentata in questo test per ben 4 volte negli ultimi 9 anni senza mai fallire: la prima volta, nel 2009, lo superai ma per qualcosa che non mi interessava; la seconda volta, nel 2010, entrai col primo ripescaggio innamorandomi perdutamente di una professione; la terza volta, nel 2012, e la quarta volta, quest’anno, ammessa al primo colpo.
Senza un briciolo di preparazione per mancanza di tempo (un lavoro full time, piuttosto stancante soprattutto nell’ultimo periodo), quest’anno ho ottenuto il punteggio più alto di sempre.

Ci ho riflettuto attentamente, ho stilato una lista di pro e di contro, ho attraversato momenti di attanagliamento interiore che giuro, a un certo punto avrei davvero desiderato che qualcuno prendesse la decisione per me.
Non sono più giovanissima, nella mia vita ho fatto una serie di scelte sbagliate delle quali a tutt’oggi mi pento. Avrei dovuto insistere con l’università quando ero ancora in tempo, quando il ticchettìo del mio orologio biologico non era ancora così assordante. Sto lavorando e no, non sto facendo il lavoro dei miei sogni… non è certo un lavoro di concetto, con la mia testa avrei potuto fare ben altro nella mia vita (no, non è superbia, ma per una volta voglio essere sincera con me stessa) ma alla fine eccomi qui. Sono una persona che ci mette del suo in qualsiasi cosa, uno dei miei motti è “Le cose o le fai bene o non le fai” e io voglio eccellere nel mio lavoro, qualunque esso sia.

Il punto è che ho paura.
Se avessi deciso di ricominciare l’università (alla quale io comunque mi sono iscritta perché ho scelto di tenermela come opzione di riserva, nel caso dovessi rimanere a spasso a fine “contratto”) avrei dovuto tenere in conto di stare almeno altri 3 anni (perché sai quando entri ma non sai quando ti lasciano uscire…) in casa con i miei, mantenuta al 100% e senza un minimo di reddito, senza poter convivere o sposarmi o pensare di mettere su famiglia (avendo una relazione fissa da ormai parecchi anni sarebbe anche giunto il momento di farli, questi passi, considerando che lui ha un buon lavoro e a breve potrebbe finalmente iniziare la nostra vita di coppia).
Rimanendo a lavorare dove sono ora, invece, non ho alcun tipo di certezza. Sto accumulando esperienza e conoscenze, non ho un super stipendio ma nemmeno una paga così misera… tuttavia rimango *vecchia* per il mondo del lavoro perché non ci sono molte agevolazioni per le aziende che assumono personale che ha già compiuto i 30 anni.
Il mio “contratto” (lo scrivo sempre tra virgolette perché non si tratta di un vero e proprio contratto: non ho contributi né ferie né malattie, possono lasciarmi a casa da un momento all’altro e se, come ho ragione di temere, nel frattempo non cambierà nulla, da maggio 2019 io sarò di nuovo a spasso) non mi dà alcun tipo di garanzia. Non conto di rimanere qui a lungo.
La mia unica speranza è che non tutte le aziende abbiano la “filosofia del risparmio sul personale” che caratterizza quella per cui sto lavorando (è proprio questa “filosofia” a darmi ben poche speranze di ottenere un vero e proprio contratto con tutti i crismi).

Con un po’ di amaro in bocca ho deciso, almeno per il momento, di rimanere dove sono… perché sì, è inutile negarlo, l’università mi avrebbe preparato a un lavoro che a suo tempo ho amato con tutta me stessa, un lavoro per il quale a tutt’oggi mi sento naturalmente portata, avrei avuto una laurea che difficilmente ti lascia a piedi (non conosco nessuno che sia rimasto disoccupato a lungo dopo la laurea) e forse a quel punto mi sarei sentita davvero professionalmente realizzata… ma quando sarebbe successo?
Quanto ci avrei messo ad arrivare alla fine?
Io di tempo da perdere non ne ho più, anche perché l’altro mio grande sogno è quello di andarmene di casa e trovarmi un posto mio, sposarmi e diventare mamma. Lo sogno da sempre e non ho mai smesso di desiderarlo. Non voglio arrivarci con l’acqua alla gola, voglio fare le cose con i tempi giusti e seguendo la loro naturale evoluzione.
Trovare casa, sposarmi e godermi per un periodo ragionevole la vita di coppia che non abbiamo ancora avuto in tutti questi anni. E poi, con calma e senza angoscia, pensare di metter su famiglia.

Certe decisioni andavano prese anni fa, e io ho fatto altre scelte che, giuste o sbagliate, mi hanno portato dove sono ora.
Arrancando e tremando un po’, inseguo la felicità.
Questo è il mio più grande obiettivo e non credo cambierà mai.

Settimane cruciali.

Negli ultimi giorni ho mangiato parecchio e prevedibilmente avverto i sensi di colpa farsi strada prepotenti nel mio cervello.
Saranno una mera “distrazione” nella settimana che si appresta a cominciare.
Compenserò i bagordi nutrendomi di ansia.
Sono in attesa di un esito che, se positivo, porrebbe un punto interrogativo sulla mia vita come la conosco ora. Un lavoro che tutto sommato mi piace ma molto più che precario, nel quale sto investendo tutto l’impegno di cui sono in grado (prodigandomi forse fin troppo, se si considera la mia condizione attuale, per nulla rassicurante).
Dall’altra parte, la carriera che è stata il mio sogno per circa un decennio, quasi una vocazione, la mia inclinazione naturale (preceduta, ahimè, da almeno 3 anni di studio e relativa “inattività” forzata dal punto di vista lavorativo/remunerativo)… sogno del quale non sono nemmeno più così certa (molte cose sono cambiate ma principalmente sono cambiata io; nonostante ciò, continuo ad accendermi quando si intavolano determinati argomenti).
Aggiungiamo al tutto un incontro tanto atteso quanto sperato che rimarrà in forse fino all’ultimo perché gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo (che essi dipendano o meno dai diretti interessati). Tuttavia, io non ho la benché minima intenzione di tirarmi indietro, nonostante sia preoccupata, oserei dire angosciata, rispetto a ciò che accadrà.

Nel dubbio, all’incontro vorrei arrivarci asciutta (non gonfia, non appesantita) anche perché nei prossimi giorni potrei ritrovarmi a fare da modella per uno shooting fotografico, quindi per questa settimana ho deciso che metterò un freno alle cene fuori, al sushi, alle pizze e modererò l’alimentazione.

Vedremo (in minuti e secondi) quanto durerà questo mio proposito.

DCA, la mia esperienza.

Ho iniziato a soffrire di disordini alimentari (o DCA) all’età di 14-15 anni per un motivo molto futile, in effetti: il mio primo *fidanzatino* era davvero magrissimo (solo più avanti mi resi conto che fosse lui ad essere sbagliato, e per sbagliato intendo “estremamente sottopeso”, di certo non io che ero perfettamente nella norma) e non riuscivo ad accettare che, nonostante lui mi superasse in statura, il mio peso fosse (anche se di poco) superiore al suo.
Iniziai a saltare i pasti, a mangiare sempre meno per riuscire a rimanere entro un range di peso che mi consentisse, ebbene sì, di pesare meno di lui.

Et voilà, eccomi piombare in un circolo vizioso di paranoie, inutili lotte contro l’ago della bilancia, periodi di digiuno e semi-digiuno alternati a scriteriate abbuffate.
Da circa 15 anni il mio peso è uno yo-yo.
Le piccole oscillazioni sono fisiologiche e assolutamente sane, non le tengo neppure in considerazione, ma quando si tratta di 8, 10, 15 kg e oltre? Mi sono ritrovata ad avere nell’armadio indumenti taglia 42 accanto ad altri di 2-3 taglie più grandi (e utilizzarli tutti nell’arco di un anno).

Chi dovesse vedermi ora, in questo preciso momento, non potrebbe assolutamente definirmi grassa (porto una 40-42 e non sono esattamente un nano da giardino, dopotutto) ma nessuno mai si sognerebbe di definirmi magra (nemmeno io mi definirei magra) quindi la mia domanda è… saremo mai abbastanza magre da poterci definire tali?
La società odierna ci permetterà mai di *sentirci magre* o continuerà a propinarci modelli di magrezza talmente inarrivabili (persino nella stragrande maggioranza dei negozi di abbigliamento le taglie sono sempre più piccole!) da farci sempre, costantemente sentire cicciottelle anche con un girovita di 67 cm?

Da quando ho iniziato a lavorare (immaginate cosa significhi passare da una sedentarietà totale) sono letteralmente rimpicciolita.
Ero gonfia e appesantita, mangiavo per noia e per consolarmi. Ero depressa.
Le persone che mi circondano insistono affinché io salga sulla bilancia.
Ecco no, io sulla bilancia non voglio salire.
Non lo faccio per principio, perché mi conosco e so che finirei per tornare in quel circolo vizioso di comportamenti alimentari malsani che mi ha tormentato sin dall’adolescenza.

Se sento le ossa sporgere meno di quanto dovrebbero, mi imparanoio.
Se mi vedo più gonfia (e magari è solo nella mia testa), mi imparanoio.
Che danni potrebbe fare una stupida cifra su un display?
Ho così paura di riprendere il peso che ho perso negli ultimi mesi che ogni tot, anche durante la giornata, devo controllare di essere ancora “magra”.
Al tatto, allo specchio, controllando come mi calzano gli abiti che indosso…
Sì, mi rendo perfettamente conto che non sia un comportamento sano, ma è uno stato mentale che non riesco a controllare.

Ho raggiunto un equilibrio, il mio equilibrio.
A colazione un cappuccino, quando sono a lavoro non riesco a mangiare perché se mangio mi viene sonno e sì, mi capita spesso di fare lunghe tirate (dalle 8 alle 12 ore) a digiuno per poi cenare a casa, in tranquillità.
Già, perché se non sono tranquilla non riesco a mangiare né a digerire e godermi ciò che mangio è per me fondamentale perché io amo il buon cibo.

Adesso però ho bisogno di dormire e ricaricarmi perché l’ultimo periodo mi ha messo a dura prova.

Stress massimo.

Lo so, ho aperto questo blog con la premessa di aggiornarlo costantemente.
Purtroppo una serie di imprevisti (principalmente di carattere lavorativo) mi ha impedito di farlo.
Praticamente ho fatto la spola tra casa e lavoro senza avere tempo per molto altro. Sono stanca, stressata e precaria e al momento la mia priorità assoluta è riposare (probabilmente, se non mi fossi ingozzata come un tacchino prima del Ringraziamento negli ultimi giorni, sarei dimagrita ulteriormente ma con la bega mensile di mezzo il risultato è stato un mix di tempesta ormonale, fame bestiale, ritenzione idrica, gonfiore, pessimismo, fastidio e “Mi sento grassa!” come leitmotiv dell’ultima settimana ma su questo aprirò una parentesi a suo tempo perché è giusto fare una digressione sulle pare mentali che mi affliggono da quando sono adolescente).

Scrivo questo post poco prima di entrare in turno, finalmente dalle 17 potrò tirare un po’ il fiato e non rientrerò a lavoro prima di martedì pomeriggio.
L’orario della prossima settimana sarà leggero come una piuma, avendo un credito di parecchie ore (ben 52 questa settimana) e potrò sbrigare svariati impegni che sono stata costretta a rimandare per cause di forza maggiore.

Credo che un ulteriore aggiornamento arriverà a breve.
Vado, l’ammazzo e torno (tranquilli, sarò carina e coccolosa come sempre, anche perché l’ultima volta che ho controllato l’omicidio ancora non era legale!).

Primo post di una blogger in pensione.

La mia avventura con il blogging è iniziata a 16 anni, sulla vecchia piattaforma Splinder (la cui chiusura ha provocato in migliaia di utenti sgomento e disorientamento) ed è continuata con una migrazione senza pace né tregua passando per IoBloggo e proseguendo su Altervista, WordPress e Blogger.

Tutt’ora esiste un archivio dei miei vecchi post, un archivio decennale che non tocco ormai da svariati mesi.
Giunge al mio orecchio (o meglio, alla mia vista) la notizia della riapertura di quella che è stata la prima piattaforma ad ospitare un mio blog e lo interpreto come un segno del destino: devo ricominciare a scrivere.

In anonimato, perché sì (è fin troppo facile rintracciare qualcuno sul web, non rendiamo la cosa più semplice del dovuto) intendo raccontarmi e raccontare le mie (dis)avventure lavorative e non solo, magari strappando anche un sorriso a quelli che sicuramente saranno scarsi lettori.

Mi rincuora constatare di essere ancora in grado di formulare frasi di senso compiuto con una discreta sintassi e un corretto utilizzo della consecutio temporum.
Mi manterrò in esercizio.

Se mi seguirete, vi auguro una buona lettura!